Il setting di apprendimento

di Luca Monti e Ivana Vilardi

[da Lo stile della casa. Artefatti di Alta Formazione in Università Cattolica]

Contesto

Ai fini dell’analisi delle caratteristiche e del valore del setting di apprendimento dei Master, partendo dal contesto molto ampio e diversificato che caratterizza la proposta formativa dell’Università Cattolica, focalizziamo l’attenzione su alcuni aspetti che definiscono i diversi percorsi rispetto al profilo dei partecipanti a cui si rivolgono. Innanzitutto il livello. I Master di primo livello raccolgono principalmente candidature di partecipanti provenienti da lauree triennali – studenti giovani e spesso non ancora consapevoli delle consuetudini di un ambiente professionale – e offrono in genere formule di frequenza full time e calendari didattici molto compatti e intensivi. I Master di secondo livello si rivolgono invece a corsisti che, di norma, hanno già sviluppato un’esperienza lavorativa o sono già specializzati nella materia. Questi Master, al fine di poter essere fruiti contestualmente a impegni lavorativi, vengono spesso erogati nell’arco di periodi più lunghi e con frequenze meno intense rispetto ai percorsi di primo livello. Da questo punto di vista, i profili e background di provenienza dei corsisti incidono in modo non marginale sulla declinazione dei percorsi e sulle modalità didattiche di ogni Master. Nella riflessione sul setting di apprendimento si è cercato di identificare alcuni elementi imprescindibili che attribuiscono valore al processo educativo nei Master di primo livello. In quest’ottica, quello che già in precedenti pubblicazioni è stato definito “stile della casa” si concretizza in una sostanziale attenzione al profilo del partecipante nella costruzione ad hoc di un percorso che viene via via definito nei diversi stadi del processo formativo. Risulta evidente che un percorso di Master post-laurea non possa esaurirsi nella sola erogazione di contenuti e strumenti operativi, ma debba mirare a favorire la creazione di un “terreno fertile” di maturazione e scambio di esperienze in grado di sostenere lo sviluppo individuale e sociale, oltre che professionale, degli allievi. In molti, tra i casi emersi dalla nostra ricognizione, tale processo si realizza attraverso una dimensione pratica, laboratoriale, pensata per coinvolgere ciascun allievo in un ambiente partecipativo. In questo contesto, il setting di apprendimento è dato quindi dalla creazione di uno scenario adatto allo scopo: un ambiente intenzionalmente predisposto, sotto la regia del direttore scientifico e dei tutor coordinatori, mirato all’apprendimento secondo modalità attese e dinamiche che ricostruiscono un ambito professionale.

Obiettivi (e definizioni) del processo

Obiettivo principale di tale setting di apprendimento è costruire una coscienza della professione che i partecipanti intendono intraprendere o che già svolgono, favorendo una capacità di riconoscere e analizzare i problemi, cercare soluzioni, avere un orientamento ai risultati e un atteggiamento proattivo. La modalità che riscontriamo prevalente nei Master considerati è quella del learning by doing (imparare facendo; fare con; confrontarsi direttamente con un esperto della materia), una modalità che tende allo sviluppo di attitudini personali per rendere i corsisti via via autonomi nel gestire le proprie competenze e i propri ruoli. L’output atteso da questo processo è che ogni corsista, accanto alle nozioni teoriche utili per svolgere la professione, sperimenti anche metodi, conoscenze e competenze della professione, spendibili nel contesto lavorativo. Considerato il contesto sopra descritto, nella costituzione di un setting di apprendimento si ritiene siano particolarmente rilevanti due processi educativi ben identificabili, che andiamo ad approfondire separatamente:

  1. A) La dimensione laboratoriale dei Master
  2. B) Lo sviluppo di soft skills
  3. A) In alcuni Master, la dimensione laboratoriale o esperienza pratica guidata è intesa come momento di elaborazione in piccoli gruppi delle conoscenze apprese, a partire da una riflessione sul metodo di lavoro, attraverso un continuo confronto tra i corsisti, con il supporto del tutor coordinatore e la supervisione di professionisti esperti. Per rendere il più possibile vicine queste attività a un ambiente professionale reale, è necessario costruire di volta in volta uno scenario adatto che tenga conto del luogo nel quale si svolge il lavoro di gruppo (l’utilizzo di sedie mobili per esempio permette una apertura della classe: da uno schema di lezione frontale in favore di una circolarità, per assecondare una più fluida conversazione o favorire un lavoro comune; diversamente si può lasciare che la classe si organizzi in gruppi separati; oppure che fruisca di sale attrezzate con pc; o, ancora, che benefici di visite guidate). Le applicazioni possono essere molteplici. Oltre alla cura del luogo, come elemento fondamentale del setting, anche l’attenzione al fattore tempo contribuisce a creare una dimensione favorevole all’apprendimento. Gli organizzatori del Master, oltre a predisporre spazi adeguati all’apprendimento sono anche responsabili della pianificazione delle tempistiche per lo svolgimento dei progetti (tempi ben ponderati per l’assimilazione, ma anche sufficientemente concentrati per preparare a situazioni reali di lavoro che hanno scadenze precise).

Il ruolo del tutor

Nella realizzazione di un setting di apprendimento funzionale, uno tra i fattori più rilevanti, date le premesse, è la presenza nello staff didattico organizzativo del master di una figura di tutor coordinatore. Il tutor coordinatore crea le condizioni di simulazione del contesto lavorativo, conosce il gruppo dalle selezioni, lo ascolta in aula, pianifica le azioni necessarie alla preparazione delle attività didattiche ed extracurriculari, definisce con il direttore scientifico le diverse fasi di lavoro, predispone gli strumenti per l’apprendimento (dispense, bibliografie, ecc.), progetta quindi l’applicazione di informazioni e pratiche trasmesse nelle lezioni e dalle testimonianze in laboratori di gruppo. Nella conduzione delle attività ha una funzione di stimolo e fertilizzazione all’interno della classe, aiuta a far emergere collegamenti fra diversi moduli, crea opportunamente condizioni di stress e di emergenza in una dimensione di simulazione, per rendere il contenuto esperienziale quanto più verosimile al contesto lavorativo. Rispetto ai singoli componenti del gruppo è attento a valutare l’aspetto comunicativo-relazionale (sistemi di mediazione, operatività condivise, metodi). Inoltre il tutor coordinatore diventa il punto di riferimento e di intermediazione tra l’istituzione universitaria e i diversi interlocutori, docenti e corsisti, ma anche referenti esterni (aziende e istituzioni) che a vario titolo intervengono nel percorso. Non in tutti i programmi di Master è formalizzato un ruolo di tutor coordinatore, diversi possono essere i ruoli e le funzioni che si attribuiscono ai tutor (tutor d’aula; “capoclasse”, una specie di primus inter pares tra gli allievi; tutor di stage). Nei diversi casi, comunque, il tutor fa riferimento a un direttore scientifico che è responsabile dello svolgimento del Master nei confronti dell’istituzione.

Un esempio pratico

Uno tra i programmi più significativi, a cui possiamo fare riferimento nell’analisi del setting di apprendimento è il Master in ideazione e progettazione di eventi culturali (MEC), promosso dall’Alta Scuola ALMED dell’Università Cattolica. Questo Master, giunto nell’a.a. 2015-16 alla sua XV edizione, prevede al proprio interno un laboratorio dedicato al team building, esempio interessante nell’osservazione delle dinamiche di apprendimento. Qui il gruppo viene continuamente stimolato a lavorare, mettersi in discussione, sperimentare il gioco di squadra. Tale modulo didattico è pensato per fornire uno spazio per esercitarsi, con alcune piccole simulazioni, esercizi e lavori sulla psicologia del gruppo che hanno scopi diversi: dare una definizione di sé, dare una definizione del lavoro o della professione, immaginare scenari lavorativi futuri, provare a gestire il tempo, entrare nella “trasfigurazione” della propria traiettoria professionale. Questa dimensione laboratoriale è frequente in molti dei Master dell’Università Cattolica: essa ricrea intenzionalmente un ambiente simile a quello lavorativo nel quale un gruppo eterogeneo è orientato a un risultato; alcuni elementi sono dati, su altri la risposta deve essere trovata dai partecipanti ma non è univoca e si tratta, sostanzialmente, di un apprendimento basato su sfide. Per chiarire questa dinamica, illustriamo come nel MEC si declina il modulo di Team building:

 – Viene proposto in aula un brief/problema su cui lavorare;

– I partecipanti vengono suddivisi in gruppi; ciascun gruppo sceglie un portavoce, se necessario si evidenziano dei ruoli all’interno del team;

– Viene pianificata una supervisione di medio percorso, attraverso l’incontro con il tutor coordinatore che può predisporre dall’inizio una check list attraverso la quale monitorare lo stato di avanzamento delle fasi di lavoro.

Gli esiti di questa attività sono realizzati in forma di presentazioni attraverso slide. Si richiede inoltre un racconto di quanto elaborato, una sorta di riflessione sul metodo, in forma scritta. I partecipanti sono invitati a curare anche l’output e la presentazione finale. Lo schema della dimensione laboratoriale nel MEC si può ritrovare anche all’interno della struttura di un corso come “Progettazione degli Eventi”. In fase di pianificazione dell’intero master si identificano insieme ai docenti e al direttore scientifico e didattico, quattro aree di apprendimento, che costituiranno il terreno di lavoro tipico della figura professionale di riferimento del Master: l’“organizzatore di eventi culturali”.

Il profilo professionale dell’organizzatore di eventi viene definito per le seguenti macro-aree di lavoro, sulla base di alcuni quesiti: chi stiamo formando ora, che cosa farà? dove svolgerà il tirocinio? dove si collocherà nel mondo del lavoro?

  1. Area Creazione di contenuti, per imprese, pubbliche e private, alla quale corrisponde la figura professionale di direttore artistico/ curatore di mostre / consulente.
  2. Area Comunicazione e marketing per il responsabile della comunicazione e promozione, ufficio stampa, direttore marketing.
  3. Area Legislazione e amministrazione per l’amministratore di compagnia, responsabile di budget e pianificazione economica e di gestione dei contratti.
  4. Area Progettazione per il project manager, direttore di produzione, logistica, responsabile staff tecnico, assistente di palcoscenico.

L’Area “Progettazione” è quella più articolata e completa e richiede l’applicazione di nozioni apprese nei corsi dell’intero master. In particolare, è strutturata in:

– un corso di didattica frontale definito “Progettazione degli eventi”, tenuto da un docente professionista con esperienza di diversi anni;

– alcuni seminari di approfondimento specifici su nuove normative e nuove pratiche, finalizzati a creare una ‘mappa delle professioni culturali’ che già dall’inizio del Master viene definita in modo chiaro come strumento di orientamento allo sbocco professionale;

– alcuni laboratori di gruppo, tra cui “team building” e quattro laboratori “intermedi” di produzione: ogni laboratorio di 15 ore ha per tema le “tecniche di produzione” declinate per i diversi ambiti di attività: l’arte, lo spettacolo, i festival e rassegne di cinema, concerti e iniziative per la musica.

Terminati questi corsi/seminari/lavori di gruppo, i partecipanti sono pronti per il project work e la realizzazione del paper finale, che deve essere sviluppato partendo da un brief di progettazione assegnato da un committente reale, individuato tra le aziende/enti che collaborano con il Master, che in chiusura dà una valutazione ai diversi output come se fossero il risultato del lavoro di veri consulenti. In tre settimane, i partecipanti elaborano i progetti finali e, di norma, si può misurare l’autonomia guadagnata durante l’anno nel gestire questo tipo di situazioni. Un vero learning by doing.

Conclusioni

Quello del laboratorio è un modello trasferibile a diversi contesti e quasi ad ogni materia di insegnamento. Elementi positivi di questa pratica sono un’attenzione costante al processo, al percorso di apprendimento, all’apprendere-con, al guadagnare una dimensione di step successivi, continui confronti, relazioni dirette con il mondo lavorativo. In sintesi: il lavoro pratico va preparato e vissuto per gradi. Attraverso la dimensione laboratoriale si favoriscono: comprensione delle difficoltà, interdipendenza dei vari membri del gruppo, sviluppo di una autonomia progettuale, capacità di analisi e di sintesi dei problemi, capacità di scrittura, capacità di presentazione in pubblico del progetto finale, maturazione della consapevolezza di un ruolo professionale pertinente alla propria attitudine e alle proprie esigenze. Pertanto si vedono emergere le caratteristiche personali di ciascuno e questo aiuta gli organizzatori del master a collocare i corsisti in stage e a orientarli nelle scelte lavorative. Nella realizzazione di una dimensione laboratoriale vi sono anche punti importanti da considerare: il gruppo deve poter lavorare molto bene insieme ed essere affiatato. In questo senso occorre prestare attenzione agli equilibri interni; ricordare al gruppo l’orientamento al risultato, essere di supporto nella soluzione dei problemi, non sostituirsi ai partecipanti, rispettare i tempi di apprendimento, entro regole date. Spesso al termine del lavoro viene assegnato un voto espresso in trentesimi accanto a un giudizio. Al fine di attribuire un voto finale al contributo di ciascuno è importante sistematizzare le attività assegnate in modo che si capisca qual è l’apporto di ognuno all’esito finale tenendo conto del percorso complessivo di Master. In sintesi, l’apprendimento durante l’anno è monitorato nei vari laboratori che sono suddivisi nelle varie aree di lavoro e corrispondono a attitudini professionali. Questo permette di verificare l’andamento dell’aula in maniera continua, fare correzioni di percorso, capire quali sono le debolezze dei partecipanti e costruire via via un team che sappia lavorare in maniera ottimale. In questo modo si struttura un percorso per step e ogni studente è stimolato a fare meglio nel lavoro successivo. Il docente di riferimento può porsi nei confronti dell’aula come un “capo progetto” in grado di delegare responsabilità, costruire fiducia e tenere monitorato il lavoro, in stretta relazione con il tutor coordinatore.

  1. B) Lo sviluppo delle soft skills rappresenta un altro elemento importante nel processo di apprendimento, soprattutto per le sue ricadute in ambito lavorativo. A conferma del valore di queste attività, molte aziende che inseriscono corsisti in stage valutano i profili considerando in modo significativo la capacità di sapersi inserire in un team, anche a livello relazionale. Spesso il referente aziendale chiede un’opinione a chi ha lavorato accanto al 34 tirocinante su aspetti comportamentali, capacità relazionali e atteggiamenti non meramente produttivi. Nell’ambito lavorativo al quale ci riferiamo, quello culturale, è naturale far parte di gruppi di lavoro che si incontrano e si sciolgono sulla base di progetti. Lasciare un buon ricordo di sé come professionista è la premessa al prossimo incontro lavorativo, con le stesse persone o con altre. L’esito di un lavoro fatto da più persone è qualcosa di diverso dalla somma dei singoli elementi che lo compongono; questo significa prendere coscienza anche delle dinamiche emotive e relazionali dei gruppi, avere consapevolezza che il lavoro in team fa parte di un percorso di crescita che aiuta a vivere in maniera costruttiva le dinamiche di qualsiasi ambiente lavorativo. Se le conoscenze tecniche, hard skills, sono facilmente verificabili (conoscenza di alcuni software, livello di conoscenza di una lingua, ecc.), le competenze, cosiddette soft, richiedono invece una maggior attenzione per essere valutate correttamente. Spesso un giovane non è consapevole di quali siano le proprie competenze soft – orientamento ai risultati, saper comunicare, gestire le relazioni e i conflitti, negoziare, risolvere i problemi – né ha consapevolezza che senza queste capacità le conoscenze acquisite negli studi non bastano in un ambiente di lavoro.

Strumenti/Condizioni d’uso (regole, ruoli, materiali)

 Attivare un pensiero riflessivo che aiuti a comprendere le esigenze delle persone con cui si lavora, così come alcuni meccanismi che in ambito lavorativo sono dei “non detti”, non è sempre facile. Un obiettivo importante del lavoro fatto in aula attraverso i lavori di gruppo è quello di trasmettere consapevolezza delle soft skills e di come già durante il master si venga valutati anche attraverso questi aspetti, non solamente rispetto a quanto appreso in termini di contenuti. Fa quindi parte del setting predisposto dagli organizzatori del Master introdurre degli atteggiamenti e un’atmosfera in linea con la trasmissione di comportamenti che inneschino dinamiche positive e di maturazione personale. All’interno del percorso del Master i partecipanti vengono via via introdotti alla conoscenza di questi elementi e al fatto che questo lavoro fa parte dell’orientamento alle professioni. La votazione degli esami non tiene conto delle soft skills del candidato, ma la scelta del tirocinio ne è influenzata e gli studenti ne devono essere consapevoli. Chi accoglie i corsisti in stage sa di dover dare un feedback onesto al lavoro del tirocinante per farne una reale occasione di crescita, ma può accadere che i responsabili dell’esperienza di tirocinio non riescano a trasmettere in maniera efficace quali aspetti del lavoro non sono del tutto soddisfacenti – anche per timore di avviare un confronto che rischia di essere delicato. Se invece è lo stesso studente a richiedere dei feedback costruttivi e a saper avviare una conversazione matura su tali abilità, il tirocinio diventa un’occasione di crescita reale. Saper definire il proprio contributo in un determinato contesto, ricevere una valutazione sul proprio modo di essere e stare con gli altri e saperla restituire a qualcun altro, cercando di scomporla in elementi comunicabili, prepara i futuri professionisti a un ambiente nel quale non si verrà valutati attraverso esami, ma su risultati e comportamenti.

Un esempio

Nell’esperienza del Master “Progettare Cultura. Arte, design, imprese culturali” durante l’anno si seguono i partecipanti su vari aspetti e, considerata la specificità del percorso, è sempre alta l’attenzione attribuita alla capacità di utilizzare diversi stili comunicativi nei confronti di interlocutori differenti. In questa sede ci concentreremo tuttavia su un momento specifico di valutazione interna al team che si è introdotto da alcune edizioni a conclusione di ogni lavoro di gruppo. Con il gruppo dei partecipanti si definiscono alcune “regole”:

 – La composizione del gruppo cambia a ogni esercitazione per rendere possibile il confronto fra tutte le persone in aula nel corso dell’anno;

 – Dopo ogni valutazione da parte del docente su una determinata materia, si mette a disposizione del gruppo un tempo adeguato per riflettere sull’esito del lavoro fatto insieme e sul contributo di ognuno;

 – I ragazzi vengono avvertiti che a conclusione del lavoro di gruppo saranno coinvolti in un incontro di valutazione su alcuni aspetti del proprio contributo (da quelli di base legati alla capacità di organizzarsi e rispettare le scadenze, alla gestione delle relazioni, al sostegno dei colleghi, alla capacità di comunicare e motivare gli altri);

– Per creare un “avvicinamento” al confronto su questi temi, nei primi lavori di gruppo viene proposta una scheda di autovalutazione (allegato), che guida ogni membro del gruppo a esprimersi rispetto al proprio approccio a quel lavoro;

 – Acquisito un linguaggio condiviso che permetta di confrontarsi su queste abilità, via via che il corso prosegue, si valuta il clima dell’aula e delle relazioni fra partecipanti per poter introdurre una modalità che stimoli il dialogo fra membri dello stesso gruppo. Sempre a partire dalla scheda di autovalutazione, gli studenti sono invitati ad esprimere agli altri la valutazione fatta su di sé, lasciando che si inneschi in maniera naturale una condivisione dei diversi punti di vista.

A partire dal project work di medio periodo, a metà del corso, si può introdurre uno strumento che prevede di compilare una valutazione sia sul proprio contributo sia su quello degli altri (esistono diversi modelli di valutazione “peer to peer”), sempre con l’intento di avviare una riflessione sui diversi elementi che costituiscono l’apporto di ognuno al lavoro di gruppo. Per quanto riguarda l’analisi delle soft skills è possibile evidenziare i seguenti punti di forza e punti di debolezza:

Elementi di forza

– Si acquisisce consapevolezza di essere valutati anche su aspetti legati al proprio comportamento, non solamente ad abilità prettamente tecniche o di contenuto;

– Il dialogo fra pari su tali aspetti completa, e a volte rende più efficace, la valutazione fatta solamente da docenti e tutor;

– Durante l’anno del Master vengono composti più gruppi di lavoro, cambiandone i componenti per favorire lo scambio fra il maggior numero di persone; se una determinata caratteristica viene riconosciuta da più persone in gruppi di lavoro diversi, e in lavori diversi, diventa più facile riconoscere e accogliere la valutazione;

– Si impara a leggere alcuni elementi di sé e degli altri, riconoscendo che in ognuno ci sono punti più forti e più deboli e che, quando si riesce a gestire bene la relazione riconoscendo il valore dell’apporto di ognuno, o identificando criticità sulle quali cercare di migliorare, il gruppo può diventare una risorsa;

 – Ci si abitua a un contesto di lavoro differente (ogni volta che cambia il gruppo cambiano gli equilibri) e a saperlo decifrare.

Elementi di debolezza

 – Esiste naturalmente la possibilità che il confronto diventi poco gestibile, o che si creino dinamiche negative;

 – Il processo si basa sulla sensibilità del tutor coordinatore nel capire quando è il momento di passare da una autovalutazione al confronto fra persone del gruppo, così come sulla sua capacità di creare un clima di fiducia fra frequentanti in modo che diventi un momento di confronto e crescita, e non di stress.

Conclusioni

Nella predisposizione di un ambiente favorevole all’apprendimento delle abilità che i Master di primo livello si propongono di offrire, strettamente in relazione con gli sbocchi lavorativi, la dimensione laboratoriale e l’attenzione alle soft skills mirano a portare in aula una dimensione il più possibile basata su cooperazione e collaborazione. L’insegnamento reciproco fra partecipanti che si attua in questo contesto amplifica le potenzialità del corso, che non si affida solamente a una relazione asimmetrica docente-discente ma, come già detto, attua un apprendimento situato e il più possibile esperienziale per dare al frequentante un metodo per fare propri gli stimoli che il corso offre. Imparare a “stare” in una situazione nella quale la risposta va trovata nel gruppo, non data a priori, segna un cambio di passo per molti partecipanti e li avvicina alle reali dinamiche lavorative, aiutandoli a comprendere quale può essere il loro ruolo professionale futuro.