FENDERE LA NEBBIA | FOG – Il festival dei pensieri lunghi

Cosa, dove, quando, come e perché. L’ordine è casuale ma l’aderenza  alle 5 domande che inquadrano  una modalità di racconto, forse indietro rispetto agli stimoli del contemporaneo, pare doversi scollare e dilatare per poter intessere una narrazione artistica quale quella proposta da FOG, il festival internazionale di un’istituzione culturale. Parliamo della Triennale di Milano che, da qualche anno o potremmo dire da sempre, si sta muovendo per connotarsi come modello europeo capace di inglobare discipline di natura eterogenea.

Comprensibilmente, gli adagi linguistici della cultura o degli ambienti del dibattito generale si rimpolpano di slogan costanti che scandiscono le discussioni o promozioni delle proposte pubbliche. Pare che questo linguaggio si rinnovi ogni 7 anni, un po’ come gli stadi evolutivi dell’individuo, quasi a voler indicare la rotta in cui immettersi per ricercare e ricercarsi. In linea con la corrente attuale, l’intento della direzione della Triennale di Milano guarda indietro per rigirarsi in avanti.

“Hanno tutti, come me, il futuro nel passato”, diceva Pessoa. È nel passato degli anni ’30 del novecento che si può intravedere una visione di incredibile entanglement  fra natura, cultura, centro urbano e discipline proposta da una nascente Triennale e riproposta attualmente dalla stessa istituzione.

Nel desiderio, da una parte, di restituire la storia, dall’altra di posizionarsi come un centro per la creazione e produzione contemporanee, la Triennale ha lanciato la seconda edizione di FOG, il festival internazionale che ha inaugurato lo scorso 15 marzo per animare la scena fino a giugno 2019.

Senza tramutarsi in festival urbano, FOG nasce per inserirsi con coscienza nella grande trasformazione e riflessione identitaria e socio-urbanistica che investono la scena milanese e non solo. Proprio per questo, se la programmazione teatrale della Triennale è pensata per un coinvolgimento interno al teatro, quella di FOG si pone in dialogo con la città, con le realtà istituzionali e non che contribuiscono alla sua definizione.

Di fatto, FOG è l’unica proposta teatrale di stampo internazionale presente nella città di Milano. In grado di intercettare prevalentemente un pubblico giovane e un parterre di cittadini internazionali che abita la città, il festival non batte la strada popolosa delle “week” ma sceglie di percorrere i sentieri dei tempi e pensieri lunghi, proponendo tre mesi di offerte culturali dichiaratamente lontane dalla logica dell’evento usa e getta.

Lungi dall’essere un festival concorrenziale, caratterizzato da proprie identità e specificità, FOG mira ad offrire alla sua città una traccia di istituzionalizzazione che segua il modello europeo, anche in riferimento alla produzione e coproduzione degli spettacoli offerti. Un simile approccio, in netta coerenza rispetto alla nomenclatura scelta, rimette in gioco rinforzandoli i temi del rischio e della scoperta, andandoli a restituire all’immaginario del festival. Solo così, ricorda Umberto Angelini, direttore artistico e curatore della Triennale,   “è possibile immaginare un’istituzione che abbia la forza dell’istituzione ma la freschezza e l’effervescenza dell’indipendente. FOG è un po’ l’avanguardia di una istituzione, l’avamposto di un ramo che cerca ombre e luci della città per intrecciarsi, avendo delle radici ben piantate. FOG è un bellissimo ramo che cerca altro in città”.

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FOG in immagini.

Tutte le idee nascono dall’immaginazione, dalla visione di immagini. Con uno sforzo immaginifico di traduzione in simbolo visivo FOG potrebbe rientrare in un immaginario onirico di tristezza felice, solitudine contenta. Immagini di quiete, di piacere con una nota di colori pastello caldi. Dilatazioni spazio-temporali. Tutto si dissolve, nulla è definito. In un mondo in cui si cercano parole d’ordine, facilità, FOG è anche un invito alla complessità, un caleidoscopio di immagini e nulla di così chiaro. Forse perché nella nebbia si ha bisogno di punti fermi che non si trovano, quindi c’è un perdersi, lasciarsi andare. La nebbia porta alla coscienza che ti permette di cogliere l’apparire delle cose. La cosa affascinante della nebbia è quando scorgi qualcosa che non sempre però è ciò che si immagina. Nella nebbia la visione che conta è quella interiore: si è costretti a dare contorni a cose che non li hanno e ciò induce a ricostruire il senso di uno sguardo, della realtà. Le immagini che mi vengono in mente sono cinematografiche ma che anche fotografiche”.

Umberto Angelini

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