Vaga notte degli Oscar

Notte degli Oscar, notte dei ripensamenti. È sempre stata, da che l’Academy Award è tale, la notte dell’assessment: questa è Hollywood, questo è il riferimento a cui mirare. La notte in cui si definisce uno standard di produzione, una formula narrativa, spesso addirittura un pacchetto di attori e registi che in un curioso e spesso insondabile equilibrio devono rappresentare l’industria (l’insieme dei votanti) e il pubblico. Un modello.

Non è sfuggito ai commentatori come nessuno dei diversi favoriti di questa 91esima edizione sia riuscito a imporsi. Tanto l’autoriale e raffinato La favorita quanto il mainstream e rockettaro Bohemian Rapsody hanno esaltato solo delle straordinarie prove attoriali. Di Roma sono stati premiati soprattutto lo stile e l’orgoglio di Alfonso Cuaròn. Vice, pressoché ignorato. Greenbook, ben scritto, ben recitato, ha sì vinto il titolo principale, ma senza travolgere nessuno, e lasciando il dubbio che la critica più pesante che gli è stata mossa, quella di aver edulcorato la storia originale, offrendone una versione monca e dimentica del punto di vista del pianista di colore, con un happy end forzato e irreale, sia vicina al vero. BlacKkKlansmann di Spike Lee, d’altro canto, è stato ricacciato di forza nell’alveo delle buone scritture, come d’abitudine con i film più politici. Black Panther – l’ipotetica grande sorpresa, sempre nel segno della riscrittura afroamericana delle convenzioni filmiche – come da tradizione del genere superomistico ha invece raccolto premi dedicati al puro spettacolo, costumi, scene, musiche. A A Star is Born, premio di consolazione – un film musicale all’anno può bastare.

Insomma, la domanda da porsi è diventata un’altra, impellente e che rimbalzava già dalle sponde dell’Europa di Cannes (un tormentato no) e Venezia (un malinconico sì): possono concorrere ai grandi premi della storia del cinema prodotti distribuiti online e non in sala? Il modello – se non è più UN film – è il nuovo modo di produzione e distribuzione di Netflix? Gli Oscar 2019 hanno risposto con un ambiguo e deludente “nì”. Netflix ha comprato degli spazi fittizi in sala per un’uscita meno che tecnica, nascondendosi dietro al dito di una distribuzione di facciata. Gli addetti ai lavori hanno premiato il suo Roma a metà, salomonicamente, separando l’apprezzamento per l’amico Cuaròn dalla valutazione per il miglior film, che includerebbe invece un importante giudizio dato alla produzione. Il nodo non è stato sciolto, ma non può che andare a ingarbugliarsi sempre più. Netflix fa la voce grossa, ma con le spalle poco coperte. Quando le chiavi della distribuzione online le avrà un potere più forte – Disney, plausibilmente – non ci sarà più la possibilità, per i festival, di tergiversare…

Massimo Locatelli

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