Sul Carnevale che “danza senza musica”

Con mutevoli stratagemmi e alterni risultati, i mondi plurali che ci circondano, via via meno fisicamente reali, ci ricordano che è, sarebbe, sarà Carnevale (e potremmo anche coniugare diversamente, nei campi del se o del non più). Coriandoli all’uscita dei palazzi, ben aderenti all’asfalto e dunque non freschissimi, dolci stagionali nelle vetrine, paginoni sui giornali che da par loro spaziano tra i carnevali del nostro paese, o d’Europa o anche del mondo, offrendoli come singolari o addirittura nuove destinazioni turistiche, e ovviamente l’oceanico flusso di impercepiti post e affini.

Girare il mondo alla ricerca di un carnevale? O girarlo soltanto con la mente, sapere digitando che da qualche parte qualcosa accade senza la benché minima altra partecipazione – come sempre, forse.

Invece i dolci son lì da mangiare, e i coriandoli sono stati pur gettati da qualcuno, presumibilmente giovane o giovanissimo, sparuta infanzia che ancora gioca con le mani, gli oggetti, la strada.

Un po’ poco, per una festa che più di tutte le altre rovesciava il mondo e le regole, trasgrediva e capovolgeva, almeno una volta l’anno. Il Carnevale tutto conosceva e tutto comprendeva – alla lettera – perché  sua regola era lo specchio, la capriola, il dodicesimo tarocco appeso al ramo o alla cornice: tutto quanto consentisse vedere l’aldilà, o meglio vedere dall’aldilà.

Ma il mondo si è rovesciato da solo, da due secoli e mezzo, e quel Rousseau oggi maldestramente evocato da una “piattaforma” l’aveva ben capito e scritto, raccomandando i suoi coetanei di non perdere gli affetti, i vincoli, la capacità di vedersi e conoscersi gli uni negli altri, anche o soprattutto grazie ai fatti e alle azioni della festa, del rito, dello stare realmente insieme.

Il mondo si è disordinato da solo perché la società moderna del lavoro e della produzione ha scardinato meccanismi collettivi arcaici, che appunto erano vincoli, compresi gli eventi o i riti o le feste e celebrazioni, che davvero erano “imperdibili”. Erano obblighi, feste comandate. Oggi, si sa, ognuno fa quel che gli pare – fine della festa.

Tanto che una festa come il Carnevale (legata alla Quaresima, cioè alla Pasqua o a una luna di primavera, semplificando) è talmente debole e quasi insignificante che non sappiamo neppure quand’è. Perché non sappiamo nulla della luna, e di tutto quel che ne discende.

Ci rovesciamo in altri modi, o almeno ci scombussoliamo, in altri dispositivi che ci fanno provare il travestimento, il trucco, la maschera; insomma qualcosa di carnevalesco, tranne il movimento fondamentale della vertigine tra cielo e terra e ritorno, tranne quella scossa cognitiva di noi e di “più di noi”.

Una città come Milano, città degli eventi così diffusi da diventare innocui (le week, le city: yes, Milano – inglese imperdonabile ma si vogliono citare i messaggi ufficiali), ammortizza da tempo queste scosse e semmai passa, in questi stessi giorni, dal Sanremo via Rai alla Moda Donna, dall’Oscar via Abc a Museo City.

Chi ci vive, però, merita di non perdere del tutto la memoria e di non ridursi, diceva Furio Jesi, a “danzare senza musica”.

Siamo tra le Alpi, sotto le montagne, terre alte dove isole arcaiche resistono e fanno Carnevale con la musica del rito.

Dal Friuli al Piemonte, da Veneto e Trentino alla stessa Lombardia (Bagolino), i carnevali tradizionali di un tempo, vivi grazie a minoranze, resistono per insegnarci qualcosa, a noi maggioranza silenziosa, distratta e assopita nel chiasso metropolitano.

Andiamoci, da giovedì 28 a martedì 5 (martedì grasso), quando Carnevale se ne andrà, luce pallida nella notte, e contro la nostra indifferenza ci darà appuntamento a un altr’anno.

 

PAOLO DALLA SEGA

 

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