Sanremo, dov’è l’Italia?

Si è conclusa ieri l’edizione 2019 del festival della canzone italiana, tra vincitori e sconfitti, Sanremo si conferma una macchina capace di attivare gli ingranaggi turistici di un territorio fortemente vincolato al “brand event”. Ma cos’è Sanremo fuori dal festival? Quali climi e temperature socio-culturali animano la città all’esterno del meccanismo festival? Lo racconta Luca Monti, coordinatore del MEC Master Eventi Culturali e inviato a Sanremo, l’indomani della chiusura del sipario dell’Ariston.

Un magico caleidoscopio di canzoni, artisti, ma soprattutto una città in effervescenza: Sanremo, 55 mila abitanti, in provincia di Imperia a venti chilometri dal Confine di Stato. Deve il suo nome in realtà all’antica San Romolo, in dialetto ligure “Rœmu” o “Romolo” sarebbe diventato “Remu” e quindi, trascritto, divenne “Remo”

Secondo commercianti e tassisti vive cinque giorni l’anno e poi si riaddormenta nel torpore invernale; perla della Riviera dei fiori ospita, oltre al Festival, l’arrivo della corsa ciclistica Milano Sanremo, il Premio Tenco ed è sede del Casino, uno dei quattro presenti in Italia.

È stata meta russa di fine ‘800: la zarina Maria Aleksandrovna, principessa D’Assia D’Armastadt e poi moglie dello zar Alessandro II della casa Romanov nel 1874 soggiornava per motivi di salute ed in seguito per godere del clima; le facevano compagnia nei suoi viaggi personalità celebri, come lo scrittore Tolstoj, nobili russi, membri della casa imperiale e famiglie che si trasferirono a Sanremo perché sentivano l’Italia come una seconda patria.

Oggi la città vive di angoli elegantemente decò, chiese ortodosse, grandi alberghi dal vecchio sapore di un piccolo mondo antico, buone cose di pessimo gusto della borghesia lombardo-piemontese. Più su, verso la collina, ma prima delle serre dei fiori, si aggrappano gli scatoloni di cemento degli anni Sessanta, le case balneari del Mar Ligure, il mare di Milano. Le seconde case, frutto del benessere, della economia italiana che produceva, del risparmio e del lavoro, di una generazione post bellica che almeno per tutti gli anni Ottanta ha potuto godere di un benessere e ha saputo fare qualche sacrificio: mettere da parte.

Durante i giorni dell’evento, la mappa della città è disegnata intorno a tre vie parallele: centrale il Corso Matteotti, che inizia al Casino e finisce all’Ariston, una walk of fame dove a terra sono i nominativi in bronzo dei vincitori; al di sotto, l’asse Via Aurelia ex – stazione dove un tempo passava la ferrovia e ora è la pista ciclabile; sopra la Via Palazzo, un caruggio tipico, incastonate come gioielli nel centro storico la Piazza Colombo e la Piazza Bresca sede della vita notturna, quel gioioso tirare mattina del dopo teatro, dopo festival.

Gli hotel il Londra, il Globo, il Royal segnano le tappe, macchine scure e furgoni parcheggiati fuori e capannelli soprattutto di ragazzi sotto gli alberghi in attesa delle loro star. Fotografie di cantanti appese in giro per la città, cartonati per fare selfie: nomi sconosciuti che al termine della rassegna torneranno in un anonimato urbano.

La settimana della canzone resta un modo per destagionalizzare e favorire il turismo in febbraio, qui è già una primavera meravigliosa e scintillante, alberghi pieni, ristoratori soddisfatti per queste giornate; al contrario altri negozianti vedono un grande via vai, ma pochi clienti comprano, non è come una volta, quando c’era Baudo ed erano gli anni spensierati.

In Corso Matteotti e all’Ariston non si passa, un tappeto rosso, stile passamaneria di condominio, illuminato a giorno, presidiato da dj, transennato, colmo di gente di ogni tipo.

Schieramenti di polizia, varchi e metal detector, in Piazza Colombo è la sagra, radio con postazioni mobili, diverse fonti sonore che si affacciano insieme creando un continuo rumore di fondo, taxi introvabili, automobili che cercano di varcare soglie strapiene di passeggianti turisti, curiosi: tutti guardano tutti, nella speranza di trovare un volto famoso, fare uno scatto e accedere ad un attimo di notorietà.

Avvicinandoci agli stand e analizzando meglio si capisce che la più parte viene dal sud del Paese, Lucania, Abruzzo, Calabria e Sicilia.

La strada è in festa in un continuo guardare, in un esserci per capire che oggi qui siamo noi stessi, ma siamo anche qualcosa di più: probabilmente la segreta speranza per un briciolo di tempo di allontanare la monotonia, di respirare un’altra vita, di far finta che non siamo più noi stessi, come nella festa, smarrirsi per ritrovarsi.

Una freschezza e una voglia di fare, le signore curiosano nei negozi guardano, scrutano si fanno piacevolmente i fatti degli altri. C’è un passo lento e gaio tipico della provincia, uno struscio domenicale benedetto dalla televisione.

Osservando la gente: non si distinguono più i padri dai figli, l’abbigliamento è omologante, siamo vestiti tutti uguali. Sparita la carta e gli autografi tutto va subito sul telefono e in rete. Le radio si mettono nelle vetrine dei negozi. Qui tutti più o meno cantano; le video camere sono sempre in agguato; chi sfoglia il palinsesto della televisione riflette su dove potrebbe farsi vedere per un minuto.

Si sente una vocazione politica, dove siano tante persone e dove l’attrattiva sia così alta, tanti piccoli operatori culturali cercano di approfittare, volantini, materiali cartacei, inviti, conferenze, incontri.

Si tenta di fare una riflessione su alcuni fatti, il Club Tenco presenta artisti minori, la casa Siae propone convegni su gestione e comunicazione della musica.

Il palco ha ospitato operai, gente in difficoltà, tentativi di suicidio per la disperazione, abbiamo visto nel 2000 arrivare Gorbaciov, quest’anno a Genova si è iniziata la demolizione del ponte Morandi e il governatore della Regione alla consegna del premio peri duetto ne ha fatto menzione.

È sorprendente la presenza di blog e delle radio web, ciascuno che abbia un piccolo desiderio di investire apre il suo sito, si improvvisa direttore artistico, crea programmi, gioca a fare il palinsesto.

Un globale che si scontra con un locale, quasi provinciale, una visione piccolissima, i rapporti e le relazioni a tu per tu, gli scambi di favori per interviste ed esclusive, all’italiana, alla Alberto Sordi, un affresco di un’Italia ancora prigioniera di un pensiero piccolo, la notorietà personale, la ‘salvezza’, indipendentemente da un momento di riflessione sul tema della comunità, sulla partecipazione, sul sapere che ogni cosa si muove dentro un contesto.

Nella scenografia di quest’anno a firma di Francesca Montinaro, sullo sfondo c’è un trampolino, ribalta per un tuffo, solo che sembra che il Paese, intrappolato dalla paura di sbagliare, si chiuda su di sè, stia ritirato, non voglia rischiare più e, come dice il brano ‘Dov’è l’Italia’, del trentenne Motta, ‘tra chi vince e chi perde’ prevale “chi non se la sente”.

Luca Monti

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