TRIENNALE TEATRO DELL’ARTE. NUOVO CENTRO DI CREAZIONE CONTEMPORANEA | Intervista a Umberto Angelini

MEC | Master Eventi Culturali  ha incontrato e conversato con Umberto Angelini, curatore artistico del Triennale Teatro dell’Arte e ospite a Master Open 2017.


Comincerei dal nome del Teatro. Tutti abbiamo un nome che resta pressoché immutato nel corso dell’esistenza. Il CRT si è tramutato in Triennale Teatro dell’Arte, questo non genera confusione?

È normale che il nuovo nome faccia fatica ad attecchire. Il CRT è nato nel 1974 sarebbe difficile e  ingiusto far dimenticare una storia gloriosa durata 40 anni.

Il motivo del cambiamento è dovuto al fatto che il progetto cui stiamo lavorando è più ampio e grande rispetto alla prospettiva del solo teatro. Chiamarlo Triennale Teatro, focalizzare la comunicazione su due sostantivi aderisce alla visione di presentare, sempre di più, la Triennale come un unicum, come un unico grande centro per la creazione e produzione contemporanea soprattutto in un’ottica europea. Attualmente, la Triennale è l’unica istituzione culturale italiana che possa rivendicare la presenza, al proprio interno, di un teatro a tutti gli effetti. L’obiettivo, quindi, è quello di lavorare presentando sempre di più un progetto unico di un centro per la creazione contemporanea. È ovvio che questo sarà un passaggio  graduale e che, ancora oggi, la separazione tra il teatro e la Triennale, anche in termini di identità,  sia evidente. La prospettiva, tuttavia, è che tutto sfumi in un’unica grande identità visiva e progettuale.

Il titolo della stagione (Questione di sguardi) riprende l’opera omonima di John Berger da cui nasce il pensiero per cui l’opera introduce una nuova relazione fra narratore e spettatore, a partire dalla quale se ne esce se non arricchiti quantomeno modificati. Nella stagione questo come trova forma?

Innanzitutto nel presupposto che sta dietro questo nuovo progetto: il coinvolgimento di artisti che lavorino molto al confine disciplinare, che frequentino il mondo dell’arte contemporanea e che non lavorino esclusivamente in ambito teatrale. Artisti, quindi, che abbiano un approccio con lo spettatore abbastanza (non completamente) diverso, un rapporto molto personale che ricerchi la visione dello spettatore nonché la relazione tra lo sguardo dell’artista e quello dello spettatore. Quest’ultimo non ha un ruolo passivo, non è un soggetto cui vien presentata un’opera che lo lascia indifferente. Al contrario, è anche il suo sguardo che crea l’opera generando una pluralità di sguardi scomposti e sovrapposti. Quello che si chiede allo spettatore non è di essere parte attiva intesa come engagement (benché questo elemento non sia assente in alcuni spettacoli in stagione) bensì di non rimanere assente rispetto a una visione, avere la capacità di distogliere o posare lo sguardo su alcuni aspetti apparentemente minori o lancinanti.

immagine_stagione_17.jpgIn questo solco si inserisce l’immagine di copertina. È molto particolare poiché trasmette potenza e fragilità allo stesso tempo. Vi è uno sguardo che arriva dall’alto, da una persona sospesa. È uno sguardo invocativo ma il reggersi con un dito sta ad indicare, da un lato, la forza di una visione, dall’altro, la sua fragilità e caducità. Basta davvero poco per far crollare una visione ma, finché è sospesa, questa è così forte che è sufficiente un dito per sorreggerla.

Sfogliando velocemente, infatti, le varie sinossi degli spettacoli in stagione, oltre al titolo e anche solo soffermandosi sulle prime righe in evidenza, emerge un campo semantico (fatto di parole come sguardo, occhi, visione, vedere) che affida alla vista una supremazia. È solo un caso, s’intende, eppure pare particolarmente in linea.

Sì e credo anche che questo sia un momento storico in cui le visioni siano veramente distorte, gli sguardi talvolta veramente deviati. Non si ha fino in fondo la capacità di restituire forza e potenza alla visione, anche nella sua innocenza. Soprattutto pensando ad alcuni temi forti della stagione quali lo straniero, il migrante, noto che si fa fatica a rendere piena una visione, vi è sempre il pericolo di una visione superficiale.

Quanto al rapporto, all’architettura che configura l’incrocio fra città e teatro. Oggi, ai nostri occhi l’eccezionalità del punto identificato dall’intersezione di due percorsi è sparita a fronte della sua ripetitività. Come si fa a non perdere l’eccezionalità dell’incrocio, dell’incontro?

Non è facile ma credo anche che oggi sia difficile immaginare di avere un solo incrocio. Professionalmente è molto complicato perché non siamo in un periodo storico di manifesti, di movimenti e quindi c’è una scomposizione dei linguaggi, delle pratiche. Questo fa sì che gli incroci siano plurali, a volte temporanei, ma pur sempre detentori di coordinate di fondo. Per noi, le coordinate di fondo sono date dal rapporto con una città del contemporaneo. A partire da questa base, i tre grandi incroci del Teatro dell’Arte in città si configurano nelle intersezioni col mondo della creatività urbana, del mondo studentesco e del mondo delle diversità culturali.

Fin dall’inizio, abbiamo voluto incrociare soprattutto i pubblici della creatività della città, non in maniera esclusiva, s’intende. Naturalmente, tuttavia, i soggetti della creatività urbana sono gli spettatori più affini alla creazione che offriamo anche perché proponiamo un teatro che in città non c’è, un teatro contemporaneo, performativo, internazionale. Il dialogo con un una città che spinge sempre di più per l’accelerazione dell’internazionale non può avere una scena teatrale statica e poco aperta alle influenze internazionali. Il lavoro che stiamo facendo è quello di ricongiungere dei nodi di attrattività della città mediante le arti performative.

Altro incrocio che il teatro dovrebbe intercettare è quello con un pubblico giovane che a teatro è più alla ricerca di entertainment. Oggi il pubblico giovane è più conservatore di quanto non lo fosse il pubblico giovane di qualche decennio fa. Quindi, guardiamo con interesse al mondo studentesco da cui vorremmo ci fosse restituito uno sguardo anche significativo a partire dal quale poter modificare alcuni nostri percorsi.

Ultimo incrocio è con le nuove migrazioni, le seconde generazioni di migranti che hanno cultura italiana mescolata a quella di origine. In tale ottica, fare spettacoli in lingua originale non significa “strizzare l’occhio” ma porre sul piatto altri sguardi che provengono da culture differenti e che si confrontano con dinamiche tipiche della cultura occidentale.

Oggi vi è il cruccio che diviene fobia della sala vuota. La sala del Teatro dell’Arte, invece, è sempre gremita. Qual è la strategia funzionale in tal senso?

In questo momento siamo molto contenti e la risposta del pubblico è stata superiore alle nostre aspettative. Il teatro è una comunità di continuità. Quando la continuità si spezza si spezza anche la comunità e non è facile ricomporla, anche perché le comunità teatrali sono comunità di senso, di fiducia, di appartenenza. In questo momento, ci troviamo a dover ricostruire completamente una vecchia comunità ma soprattutto una nuova comunità. Nuova perché stiamo proponendo a Milano qualcosa che non c’è. Triennale Teatro dell’Arte vuole essere il teatro internazionale di questa città e persegue questa volontà soprattutto scegliendo  e mescolando dei linguaggi e dei formati diversi (anche nelle teniture, ad esempio, si evince un un mix fra classica stagione teatrale e  programmazione festivaliera). L’idea è di scomporre le classiche abitudini. Quando scomponi le abitudini, però, prima che queste diventino main stream e di nuovo abitudine, vi è una fase un po’ complicata. Quello su cui stiamo lavorando è la creazione di un rapporto di fiducia e trasparenza con lo spettatore, non vi è nulla che cerchi di ammiccare a un pubblico tanto per riempire. Stiamo facendo scelte radicali, in stagione ci sono 12 spettacoli in lingua originale, lingue non proprio di comune sentire, ma pensiamo che questi artisti abbiano da dire non solo a Milano ma anche a Milano.

La città non è abituata a una visione internazionale se non attraverso festival, noi qui stiamo dando una prospettiva di continuità cercando di individuare artisti attivi in campi diversi del contemporaneo (Jan Fabre – Artista visivo, coreografo, regista e scrittore – Rabih Mroué  – regista, attore, drammaturgo e artista visivo).

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...