LETTERA PROGRAMMATICA PER IL PICCOLO TEATRO | 70 anni di Teatro dell’Arte per Tutti

C’era una volta il broletto nuovissimo, un tempo ridotto a cinema di terz’ordine.

Per render fede all’ontologia del luogo e professarvi dunque una “giustizia artistica”,  un imperdonabile triumvirato, per citare Cristina Campo, vi diede i natali al Piccolo Teatro della città di Milano.

Il 14 maggio 1947, un manipolo di uomini certo sparuto in quantità ma non per spirito di arte, studio e iniziativa, sotto consenso della giunta comunale, donò ai milanesi il primo teatro di prosa togliendolo all’impresa privata a carattere speculativo.

Primo stabile in Italia, il Piccolo alzò il sipario su un limite strutturale per renderlo un’occasione felice, per creare un teatro di problemi da porre e da dissolvere.

Un teatro di riposo non di ozio, di festa non di divertimento.

Un teatro che scongiurasse il rischio di una sopravvivenza di abitudini mondane.

Un teatro capace di non tradire nella parola la sua intenzione, capace di non dire “Buona notte” anziché “Vorrei morire” perché vi sarebbero mancate le atmosfere della realtà quotidiana.

A settant’anni dall’avanguardista visione assunta dai suoi fondatori, il Piccolo Teatro festeggia i 25.500 giorni di “Teatro d’Arte per tutti” con un palinsesto di iniziative volte a ripercorrere attraverso immagini, parole, suoni e missioni gli anni di produzione artistica della grande istituzione milanese (per il programma completo clicca qui).

Nella cornice intagliata dagli eventi inaugurati lo scorso sabato 6 maggio 2017, vale la pena riproporre un estratto della Lettera programmatica per il Piccolo Teatro della città di Milano, firmata da Mario Apollonio, Paolo Grassi, Giorgio Strehler e Virgilio Tosi:

<<  […]

Il teatro resta quel che è stato nelle intenzioni profonde dei suoi creatori, quel che è nella sua necessità primordiale: il luogo dove la comunità, adunandosi liberamente a contemplare e a rivivere , si rivela  a se stessa; dove s’apre alla disponibilità più grande, alla vocazione più profonda: il luogo dove fa la prova di una parola da accettare o da respingere: di una parola che, accolta, diventerà domani un centro del suo operare, suggerirà ritmo e misura ai suoi giorni.

Al teatro, dietro il giuoco magico delle forme, cerchiamo la legge operosa dell’uomo:

del poeta, che può offrire un’immagine necessaria solo se la cerca nel profondo della sua sostanza viva;

dell’attore, che nel dar vita al fantasma mitico prodiga la sua stessa esigenza di creatura umana;

e soprattutto degli spettatori, che, anche quando non se ne avvedono, ne riportano qualcosa che li aiuta a decidere nella loro vita individuale e nella loro responsabilità sociale.

Da queste premesse deduciamo un programma:

1. Teatro in platea. In altri tempi e in altre forme di vita sociale, il teatro ha cercato le sue origini e la sua giustificazione nella parola letteraria: il suo centro ideale era lo scrittoio dell’autore. In altri tempi e in altre forme è prevalso l’attore, e il suo centro era la ribalta. Non volgiamo certo, per il gusto di improvvisar paradossi, togliere di mezzo l’immagine che il poeta, con le parole e con le didascalie, suggerisce alle realizzazioni future; e tantomeno far dell’attore solo un portavoce o solo uno strumento: anzi chiediamo tanto al poeta quanto all’attore d’impegnarsi integralmente nella loro ricerca. Ma evitiamo che questa ricerca si arresti a un atto di sufficienza, che il poeta si contenti della sua parola e l’attore del suo gesto: la parola è il primo tempo, e il gesto il secondo di un processo che si perfeziona solo fra gli spettatori; e a loro tocca decidere se l’opera di teatro abbia o non abbia vita. Il centro del teatro siano dunque gli spettatori, coro tacito e intento.

2. Vogliamo dire qualcosa. Trasportare il teatro in platea significa, anche per i teatranti, prendersi la responsabilità di quello che sottopongono agli spettatori.

Rifiutiamo gli esperimenti della letteratura pura.

Rifiutiamo le decorazioni della pura scenografia.

Rifiutiamo l’avallo gratuito della moda.

Rifiutiamo ogni concessione alla sensualità della folla.

Rifiutiamo le frasi fatte, i luoghi comuni, il conformismo del costume politico e   sociale.

Chiediamo al coro la responsabilità della vita morale.

Saremo dunque severi, escludendo ogni eclettismo verso forme vacue sia che appartengano al catalogo del passato, sia che acclami la moda; e alla dignità che attribuiamo all’atto drammaturgico corrisponderà la dignità delle occasioni offerte dai testi e dallo spettacolo.

3. Italiani o forestieri. Non c’è bisogno di rivendicare un carattere nazionale a questo teatro: lo realizziamo infatti nella viva sosta stanza di una cerchia sociale che spontaneamente riconosce le comuni eredità della storia e del costume, quando si accinge ad integrarle in profondità. Anche se faremo appello a parole dette dapprima altrove ad altri popoli, realizzeremo il dato universalmente umano, che in quelle opere si rivela, nelle condizioni e nella situazione del nostro essere italiani. Non rinunzieremo ad arricchirci della universale ricchezza delle parole degli uomini: solo, la tradurremo fra noi, la porteremo fra noi. E per questo chiederemo al traduttore di essere interprete, quasi secondo autore, poeta aggiunto a poeta.

4. I nuovi autori. Lamentiamo oggi l’assenza degli autori; e che salve le debite eccezioni, gli uni si allontanino dal teatro, gli altri accorrano al mestiere. Aperti alla nuova cultura, portando nelle opere di drammaturgia e di regia i frutti di un nuovo costume d’arte, di una sensibilità nuova, di un linguaggio nuovo, possiamo sperare che gli autori nuovi ci vengano incontro. Volgiamo predisporre per la nuova letteratura drammatica condizioni che potranno risultare insufficienti: che son tuttavia necessarie.

5.Civiltà dello spettacolo. Quando si chiede tutto, si deve essere pronti a dare tutto: perciò respingiamo l’idea, che tanto spesso si affaccia agli uomini di teatro, di rimediare con gli accorgimenti dell’arte alla insufficiente sostanza di un testo. Non solo aborriamo dalla vacuità decorata; ma alla verità decorata sotto i fasti della retorica preferiamo la parola spoglia: pur sapendo che è una non facile rinunzia. Ma se detestiamo l’eccesso, ci guarderemo dal difetto: non chiederemo mai, né a noi, né agli altri, di fidarsi delle proclamate intenzioni. Ciò che è inadeguato, in arte, è senz’altro brutto, dunque falso, dunque cattivo. Ma noi vorremmo per questa via, influire sul costume del popolo, abituarlo a vigilare sul divario fra la parola e le intenzioni, abituarlo o riabituarlo, alla dignità e alla coerenza, ad una integrità di vita che abolisca le lacune, le insufficienze, le approssimazioni.

6. Tecnica. Ogni programma presuppone un quantum di dilettantismo, ma alla prova dei fatti dimostreremo se saremo riusciti a calar le intenzioni nella viva forma. Vedrete allora in noi quello che, così parlando, forse non vi sembriamo: dei tecnici dello spettacolo; e non avremo rinunziato a nulla della dignità promessa; anzi, l’avremo integrata.

7. Perché un piccolo teatro. È il limite che ci viene offerto e imposto. Ma ci proponiamo di trovare anche in questo limite un’occasione felice. Dopo i bandi del teatro dei diecimila e il conformismo della propaganda, crediamo che sia tempo di sostituire i differenziato all’uniforme e lavorare in un primo tempo in profondità per potere, in un secondo tempo, guadagnare in estensione: forse il gruppo dei nostri spettatori diventerà un nucleo vivo di aggregazioni più vaste: se non c’inganniamo, ogni civiltà si attua verso un processo d’integrazione che accosta gruppo a gruppo, ed è tanto ricca quanto è molteplice. Perciò recluteremo i nostri spettatori, quanto più è possibile, nelle scuole e nelle maestranze, con forme di abbandono che sollecitino e aiutino l’assiduità dell’intesa. Non dunque teatro sperimentale, aperto sull’indefinito, sul possibile e sull’impossibile; e nemmeno teatro d’eccezione, chiuso in una cerchia d’iniziati. Ci sollecita l’ambizione d’essere esemplari: domani ogni comune grande e piccolo potrebbe imitare il nostro <<Piccolo Teatro>>.

Mario Apollonio, Paolo Grassi, Giorgio Strehler, Virgilio Tosi

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