SUPER OMAN

di Giovanni N. Ciullo

da D La Repubblica anno 22° N. 1036 – 22 aprile 2017

Vantage Points (3)

Tra le fantaarchitetture degli Emirati a nord, la calma medievale dell’Arabia Saudita a Ovest e lo Yemen al collasso a sud, c’è lo stato d’eccezione dell’Oman. Un sultanato, in realtà. Che è oggi sulla bocca di tutti e per il quale si sprecano le definizioni soft (“Svizzera dei paesi arabi”, “Regno dell’Islam gentile”), soprattutto da quando una buona fetta di Medioriente è sparita dai cataloghi del tour operator.<<We are friend sto all, enemy of none>>, dice Salim metre attraversiamo Muscat, la “capitale orizzontale” (50 km di estensione tra case più basse dei minareti e nessun grattacielo stile Dubai); sulla Toyota un gagliardetto del Real Madrid penzola dallo specchietto retrovisore. “Amici di tutti e nemici di nessuno”, dice. È la politica della neutralità voluta da Qaboos bin Said Al-Said, il sultano settantaseienne che da quarantasei anni (record secondo solo a quello della sua “amica” Elisabetta II) regge questa monarchia assoluta ma mai dispotica. Che ha una sorta di Parlamento (il Majlis A’Shura), assistenza sanitaria e istruzione universali, in cui le donne possono votare, guidare, fare servizio militare e vela, andare in maternità e se divorziate ottenere un pezzo di terra da cui ripartire.

Salim, dishdasha bianchissima (l’abito tipico degli omaniti) e un tablet di cui va fiero, ha un sogno: visitare l’Europa e vedere giocare Cristiano Ronaldo. Con la vivacità dei suoi 22 anni è la sintesi perfetta di un paese giovane (il 56% ne ha meno di 25), con una moneta (il rial) che vale due volte l’euro e bassa disoccupazione, in un territorio grande come l’Italia ma che conta appena 4 milioni di abitanti (di cui circa la metà expat), a maggioranza ibadita (un ramo dell’Islam che è una “terza via” tra sciiti e sunniti). Un Oman dal passato coloniale –nel 1800 controllava Golfo Persico e Oceano Indiano in competizione con Portogallo e Regno Unito, arrivando fino a Iran, Pakistan e Zanzibar – che oggi fa i conti con la crisi del greggio e di conseguenza prova a diversificare il business (l’80% del Pil dipende “pericolosamente” dal petrolio), mettendo nero su bianco un programma che punta su edilizia, pesca e agricoltura, attrezzature industriali, gas naturale e – soprattutto – turismo.

Vantage Points (1)

Nel nome del sultano. <<Quando Qaboos arrivò al potere c’erano solo 10 km di strade asfaltate>>, racconta Tareq, commerciante del vicino suq , mentre chiacchieriamo sul lungomare di Muttrah. << Erano appena sette>>, lo corregge l’amico Faisal e ci indica i 155 metri dell’Al Said, lo yacht del sultano, che porta il suo nome come la highway che collega l’aeroporto alla città. Un assolutista comme il faut, Sua Maestà: premier, capo delle forze armate, governatore della Banca centrale. C’è un suo ritratto in ogni edificio, un’effige sulle banconote, una citazione dell’inno ufficiale e le feste nazionali coincidono con le sue date di nascita (18 novembre) e salita al potere (23 luglio). Era il 1970 e l trentenne che aveva studiato in Inghilterra e si era formata nell’Accademia Sandhurst spodestava il padre (come lui aveva fatto con il nonno) senza spargimento di sangue, mettendo così fine all’oscurantismo omanita (ambasciatori stranieri e occhiali da sole erano banditi, per citare due cose). <<Da allora la musica è cambiata e non solo perché Qaboos ama i Beatles e la classica>>, scherza un imprenditore francese che incontriamo al Crowne Plaza, davanti alla lunga spiaggia di Qurum. <<Non a caso l’ONU ha indicato l’Oman come il Paese che ha fatto i maggiori progressi in campo economico e sociale negli ultimi 40 anni. Qui non si pagano le tasse sul reddito, la forza lavoro è sempre più qualificata,i rampolli delle migliori famiglie non scappano all’estero ma lavorano per il sultanato>>. C’è voglia di futuro, insomma. << Non conviene a nessuno che l’Oman si destabilizzi>>, aggiunge Stephen Kinzer, storico corrispondente del New York Times che ha firmato per il Boston Globe l’inchiesta The joy of benevolent dictatorship ( La gioia di una dittatura benevola). << Questa è l’unica nazione in questo ottenebrato Medioriente, che esporta sicurezza invece che instabilità>>.

I gioielli di Muscat. Tre sono i flagship, gli edifici-bandiera dell’Oman. La Grande Moschea da 20.000 fedeli, il National Museum (inaugurato meno di un anno fa, davanti alla spianata del Palazzo Reale, pulita senza soluzione di contuinità) e la Royal Opera House Muscat (Rohm): aperta da sei anni, è la più importante istituzione musicale di tutto il mondo arabo. Voluta neanche a dirlo da Qaboos che, si narra, avrebbe un grande appartamento privato all’ultimo piano del loggione: per vedere gli spettacoli senza essere visto. Qui nel maidan, il cortile-giardino, a inizio anno si è omaggiato il Paese con uno spettacolo, Celebrating Oman: Degreat Journey (vedi box). Uno show prodotto dalla Rohm in collaborazione con Namaste Europa, che ha “parlato” anche la nostra lingua. L’italiano Umberto Fanni è dal 2015 direttore generale dell’Opera House. Lo incontriamo davanti alle 4500 canne di un organo che domina un palco che in trenta minuti (grazie a super tecnologie) può diventare spazio per concerti, spettacoli d’opera o teatro. <<Abbiamo 227 impiegati, il 73% omaniti: l’obiettivo è che tra dieci anni possa essere u giovane locale a prendere il mio posto>>. Sul Paese, dice: << ci sono armonia sociale, rispetto delle altre culture, criminalità pari a zero e tramonti pazzeschi. Io con le istituzioni locali collaboro benissimo. Certo, va ancora costruito un tessuto culturale e manageriale, ma tanti programmi educativi vanno già in quella direzione>>. E allora ti chiedi: in tutto questo splendore, c’è qualcosa che oscura il cielo omanita? Sì, c’è: il padre della patria non ha figli. Sposato nel 1976 con la cugina Kamila, divorziato dopo appena tre anni e da allora mai più interessato alle donne, Qaboos non ha un erede designato e qualche problema di salute. Una modifica apportata alla costituzione prevede “i tre giorni più lunghi del regno”: se all’indomani della sua morte il consiglio di famiglia non sarà in grado di designare un nuovo sultano, dopo 72 ore si procederà all’apertura delle due buste sigillate (conservate in due città diverse) con il nome del preferito da Qaboos per la successione.

Cento artisti coinvolti per 12 nazionalità diverse, on stage per Celebrating Oman- The Great Journey, prima produzione della Royal Opera House Muscat, in collaborazione con Namaste Europa. Paolo Dalla Sega, dir (2).png

Nel paese da cartolina. Infine lasciamo Muscat, alla ricerca dell’Oman da cartolina. Il paese–acronimo: O come oasi, M come montagna, A come aree archeologiche, N per natura (che qui vuol dire mare e deserto). Risalendo verso il Jebel Akhdar c’è un panorama di pietre e canyon, alture off limits perché militarmente strategiche, oggi ospitano resort isolati e stellari. Da Nizwa, l’antica capitale col suo forte, si scende verso le oasi, i roseti in fiore a fine aprile, prima di conquistare le coste dove si fa surf o vela, nel centro marittimo più importante della penisola araba o nell’enclave di Musandam. Da luglio, invece, ci si sposta a sud del Dhofar: spiagge incantate e monsoni a mitigare il caldo torrido. È il prossimo Eldorado, dove si investe già tantissimo, anche se nessuno vuole che assomigli <<all’Antalya turca o alla Sharm el-Sheikh egiziana>>. Perché questa è un country apart, una nazione differente, come ha titolato l’Economist ribadendo l’accezione dell’Oman.

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