SULLE CORRISPONDENZE SENZA PUNTO | Intervista a Federica Fracassi

MEC | Master Eventi Culturali, in visita al Piccolo Teatro Grassi di Milano, ha incontrato e conversato con Federica Fracassi in scena con Isabella Ragonese in Louise e Renée, uno spettacolo ispirato all’unigenito rimando epistolare della sterminata Comédie Humaine, per la regia di Sonia Bergamasco e la riduzione drammaturgica di Stefano Massini.

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Chi sia Federica Fracassi è fatto notorio, per citare l’ordinamento giuridico nazionale.

Lo spettacolo di cui al momento è protagonista è visualizzazione e ascolto di uno scambio che si realizza per corrispondenza fra due giovani donne cui le contingenze della vita impartiscono lectio magistralis di ordinaria resilienza.

Alla ribalta, più che una storia pare esservi una forma di comunicazione forse in disuso, quella per missive. Comunicazione che lascia intravedere tracce di riflessione che si insinuano come metafora della più ampia responsabilità artistica demandata al teatro.

È a partire da tali tracce che si dispiega la conversazione con Federica Fracassi

LA PAROLA

Tutto poggia sulla parola. Per citare Cristina Campo << E’ la parola a chiamare. L’astratta e colma parola più forte di qualsivoglia certezza>>. La parola, tuttavia, apre al rischio. La parola data, pronunciata apre alle sue conseguenze. È il suo tramutarsi in atto o meno che la definisce in termini di verità o menzogna, che la rende operosa o inoperosa. Ma se la parola è malata tutto è malato.

Io credo che di base la parola sia sempre in qualche modo menzognera. Mettiamo in parola degli stati d’animo, delle azioni, quello con cui ci confrontiamo, parliamo, entriamo in rapporto. Però la parola può esser menzognera, anche perché a parlare senza mediazione è di più il corpo, è più immediato (se mento divento rossa o guardo in basso). È chiaro che il teatro, essendo poi un teatro di parola, di prosa, ha un compito: aprire delle domande. Non è poi che le parole dette debbano essere per forza veritiere o debbano per forza seminare. Mi vien da dire che le parole della poesia sono forse quelle più illuminate, magari svelano degli scenari che accadranno chissà dove, sono profetiche o magari no. Sono più interiori e sono sicuramente delle parole molto verticali. Il poeta è sempre più avanti, il teatro no, non ha sempre parole verticali o poetiche. A volte nasce per parlare alla gente con un valore politico, di spiegazione, di scioglimento di varie azioni. A me piace molto il teatro di parola perché credo che le parole facciano pensare. In questo spettacolo sicuramente, proprio perché nasce da un rapporto epistolare dell’800, c’è un fuori sincrono tra la vita e il tempo della parola e questo, come spesso succede, può far nascere fraintendimenti. La parola è fonte di fraintendimenti però è la vita. Il teatro ha un compito anche perché ha un tempo diverso di fruizione quindi le parole le puoi distillare, le puoi pensare. In questo modo quindi, sono sempre operose, anche quelle scritte peggio.

NON CI SONO PUNTI

A pensarci le lettere sono una delle poche forme di dialogo che non terminano con un draconiano punto. Nelle lettere l’ultima parola in genere è un nome, inaugurano un qualcosa: che sia una risposta, una riflessione. La lettera  è un monologo ma non chiuso in se, è rivolto a altri. Fosse che le lettere son la metafora del teatro?

Sì, potrebbe essere questo perché comunque ricercano un incontro con l’altro. In teatro chiaramente hai un pubblico vasto in cui non riconosci i volti, a volte li riconosci. Però, almeno la mia posizione come attrice è quella di emozionare proprio quella persona lì, cioè ognuno nella sua unicità e non un riferimento generico. Mi fai venire in mente che forse è per questo che mi è sempre piaciuto scrivere lettere. Ho sempre trovato che la mia qualità di scrittura fosse ottima nelle lettere, perché probabilmente ho davanti una persona cui ho voglia di dire. Quindi in questo ha a che fare con il teatro. La lettera apre e chiude con un nome. Soprattutto in questo spettacolo vi è una continua ripetizione dei nomi Louise e Renée. Renée dice << Louise io so chi sei, conosco  il tuo nome>>,  come se conoscere il nome, averlo pronunciato e letto aprisse alla conoscenza. Come se il nome fosse la chiave per l’identificazione profonda dell’altro. E’ una forma che aspetta sempre una risposta, come il teatro.

LA RIPETIZIONE

La corrispondenza prevede una ricorsività. Riportandola al teatro si evince banalmente in riferimento alle repliche.  Oppure al cinema, dove scene vengono ripetute volte esponenziali. Ripetere produce svuotamento ma forse anche ritrovamento di senso. È così? E che differenza c’è fra teatro e cinema in questo?

E’ molto diverso tra cinema e teatro.

Nonostante il mito dei tanti ciak, non tutti i registi amano farne tanti. Soprattutto se il ciak funziona non c’è bisogno di ripetere. Talvolta si rifanno dei ciak con attori bravi perché ci sono delle questioni tecniche (la luce, il boccolo..) ma non vi è l’ambizione del sempre meglio come risultato di una ripetizione. Di solito c’è il campo lungo e il  primo piano funzionale a far entrare maggiormente l’attore nella parte. Credo che, a parte Nanni Moretti e i suoi 100 ciak, la ripetizione non sia proprio ricercata nel cinema. Sicuramente nel cinema riempie di senso, non svuota. Rifare vuol dire andare ad approfondire.

Ma anche in teatro, dove però c’è un tempo proprio diverso: un pezzo della tua vita, quando hai gli spettacoli, è dentro allo spettacolo. Soprattutto quando si è in scena da soli si ha una responsabilità pazzesca  e non si può svuotare o addormentarsi, si è sempre chiamati in prima linea. Questo spettacolo in due ha un responsabilità di presenza pazzesco perché non c’è niente, se non ci siamo noi non c’è nulla. Se si svuota diventa meccanico, incombe il pericolo dello svuotamento. Le repliche sicuramente ce lo fanno abitare di più. Chiaro c’è una propensione alla tecnica nella ripetizione ma questa poi porta anche all’accensione di un qualcosa che fa vivere la parte. Ecco, la ripetizione lascia in secondo piano i problemi tecnici per far spazio alla vita nella parte che si interpreta. Questo vivere alleggerisce anche dalla distrazione del contingente. La ripetizione in generale non svuota perché crea.

POESIA

Le lettere sono forme di poesia. In Louise e Renée, a un certo punto, si legge in sovraimpressione che la poesia non può vivere e sopravvivere in un’epoca corrotta. Imbattendosi in uno stralcio di discorso di Montale, proprio dedicato alla  vita della poesia, si può leggere invece che, se intesa non come produzione bellettristica ma come creazione che sorge per miracolo, la poesia non potrà mai morire.

Sono d’accordo con Montale. Balzac ci dice che ci sono dei sogni, delle illusioni che si scontrano con la realtà che è più forte e con cui bisogna venire a patti: le contingenze. Credo che sicuramente ci siano delle contingenze di vita ma nel momento in cui posso crearmi delle possibilità, posto che a tutti non son date le stesse contingenze e possibilità, penso si scelga molto per se. ll livello di immaginario e di sogno di quello che vuole essere la propria vita, soprattutto negli affetti, credo meriti di essere difeso. Non è detto che poi arrivi  ma io non sopporto il “c’est la vie” perché noi siamo più forti. Poi l’esser più forti può indurre alla solitudine, a non ottenere ciò che si vuole, però comunque ti mette in ricerca. Lo stesso per l’arte, penso ci si metta in ricerca artistica in momenti molto tragici dell’esistenza.  Di solito è quando la società dà il peggio di sé che l’arte e  la poesia sono ancor più vive. È dalla condizione dell’uomo all’infelicità che nasce la necessità dell’arte.

 

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